#Segnalazione: i romanzi di Antonia Romagnoli:La magica Terra di Slupp e Il segreto dell’alchimista

ottobre 07, 2015

Continuo cari appassionati del fantasy a presentarvi due romanzi di Antonia Romagnoli, il primo umoristico ed il secondo classico con sfumature rosa.
Andiamo subito a scoprirli insieme!

La magica Terra di Slupp

La magia del fantasy si fonde con l'umorismo per creare una piccola, divertente storia in cui realtà e immaginazione perdono i loro confini.





Titolo:La magica Terra di Slupp
Autore:Antonia Romagnoli
Genere:romanzo fantasy umoristico 
self-publishing
Pagine: 164
Prezzo: 1,99 euro 
disponibile in ebook


Sinossi:

La magica terra di Slupp è in grave pericolo: un misterioso e cattivo mago, il Signore delle Tenebre l’Oscuro Signore, ha deciso di conquistare il regno. Ha trasformato il re in un cappello, e ora è alla ricerca di una spada magica, usata da secoli come schiaccianoci, che nasconde un terribile potere: materializza i personaggi dei libri. Il suo obiettivo è utilizzare ogni forza del male letteraria per accrescere il proprio potere.
A contrastarlo vengono inviati gli strampalati apprendisti maghi della scuola di Falconia, accompagnati da una fata molto svampita e dall’alter ego dell’autrice, che si improvvisa guida del gruppo.
Il viaggio che essi compiono per recuperare e distruggere la spada è irto di pericoli: agli eserciti nemici e alla loro naturale incompetenza, si aggiunge il problema che i protagonisti sono pure scrittori e devono tenere a bada anche i loro personaggi, oltre a quelli che, da libri più noti, approdano a Slupp per caso o per sventura.
Fra buffi colpi di scena, profezie strampalate e assurde battaglie, il perfido nemico sarà sconfitto… e anche l’amore trionferà.
I personaggi, ispirati a un gruppo di scrittori “veri” e alle loro storie edite e inedite, raccontano fra le righe le avventure affrontate dagli autori esordienti, ironizzando sulle difficoltà che si incontrano sia scrivendo sia tentando di pubblicare i propri lavori.




Il segreto dell’alchimista


La prima avventura attraverso i segreti delle Terre, seguendo Ester e Nimeon sulle tracce di un misterioso assassino.





Titolo: Il segreto dell’alchimista
Autore:Antonia Romagnoli
Genere:fantasy classico/rosa
Pagine: 685
Casa editrice: Delos Digital (22 settembre 2015)
Prezzo: 3,99 euro


Disponibile su :




Sinossi:

Un atroce delitto, compiuto in un castello reso inespugnabile dalla magia, è solo la prima di una serie di morti misteriose che attraverserà le Terre e che costringerà il Supremo, Magister a capo della città di Palàistra, a occuparsi del caso. Le indagini saranno affidate al principe Nimeon e a Ester, maga e insegnante di magia, che si troveranno così depositari del Mandato. L’incarico li costringerà viaggiare per i regni alla ricerca dell’assassino, sulle tracce di un’antica leggenda che collega la famiglia di Nimeon ai segreti custoditi nelle Nebbie, allo spietato omicida e al passato della stessa Ester. 
Ma il mistero più grande che li coinvolgerà è quello che lega le Terre ai poteri dell’alchimista napoletano Raimondo di Sangro, e che li condurrà più lontano di quanto potessero immaginare.


La saga delle Terre

“Il segreto dell’alchimista” è il primo episodio della Saga delle Terre, una trilogia che ha per protagonisti Ester, maga naturale,  e Nimeon, principe delle Colline, dapprima uniti nel Mandato per indagare su una serie di omicidi, e in seguito coinvolti in avventure sempre più ardue, nelle quali saranno svelati tutti i misteri che circondano la magia terranea.
La trilogia completa è formata da “Il segreto dell’alchimista”,  “I Signori delle Colline” e “Triagrion”: i tre volumi, che hanno visto una prima edizione in cartaceo presso altri editori, ora fuori catalogo, usciranno a cadenza mensile per Delos Digital, a partire da settembre 2015.
La pubblicazione di un quarto episodio, prequel della saga, è prevista, sempre con Delos Digital, nel 2016. 

L’alchimista

L’alchimista citato nel titolo del primo romanzo è Raimondo di Sangro, principe napoletano vissuto nel ‘700. Appassionato di anatomia, chimica e fisica, uomo controverso e poliedrico, è noto per essere il committente della scultura del Cristo Velato e della cappella della Pietatella, capolavoro del barocco italiano, le cui decorazioni sono ricche di simboli alchemici e massonici.
A lui sono state attribuite numerose invenzioni, fra cui una macchina da stampa in quadricromia: quest’ultima mi ha fornito lo spunto per la creazione del passaggio dimensionale, la chiave, che costituisce il centro della narrazione, il “segreto” che viene svelato a metà del libro e che modifica la prospettiva di tutta la storia. 
Raimondo, qui soltanto citato nella seconda parte, nei seguenti episodi diviene protagonista di antefatto ed epilogo, mentre si ritrova nel prequel come personaggio.


Biografia:

Antonia Romagnoli è nata a Piacenza nel 1973.
Si dedica alla famiglia, che comprende un marito, tre figli e un gatto, e alla scrittura.
In modo amatoriale, si occupa anche di grafica web.
Ha esordito con alcuni racconti fantastici in riviste e antologie e ha collaborato per diversi anni con il quotidiano «La Cronaca di Piacenza» in veste di freelance.
Nel 2008 ha pubblicato il primo volume della Saga delle Terre, Il segreto dell’Alchimista, finalista al premio Italia 2009, a cui ha fatto seguito nel 2009 I Signori delle Colline, entrambi editi da L’Età dell’Acquario.
Il terzo volume, Triagrion, è stato pubblicato da Edizioni Domino nel 2010.
Con Domino ha collaborato in veste di editor e come curatrice della collana per l’infanzia.
Per lo stesso editore  ha pubblicato anche due fiabe dedicate ai bambini delle prime classi elementari, La Stella Incantata e Il mago pasticcione e le lettere dell'alfabeto. Quest’ultimo libro è da poco uscito in nuova edizione presso Rapsodia Editrice.
A settembre 2015 ha pubblicato il fantasy umoristico “La magica terra di Slupp” in formato digitale su Amazon.
Ha in preparazione il prequel della Saga delle Terre, di prossima pubblicazione per Delos Digital, mentre a breve sono previsti in uscita gli altri due capitoli della trilogia presso lo stesso editore.



Chi li ha già letti?
Come vi sono sembrati?






Estratti alchimista e Slupp

Da “il segreto dell’alchimista”
(ANTEFATTO E PRIMO CAPITOLO)
ANTEFATTO
Corvi.
Un volo che in apparenza era privo di logica. Privo di bellezza.
Macchie nere, minacciose, grida che laceravano l'aria come tanti rauchi richiami di morte.
Sotto di loro, nella campagna brulla e battuta dal vento, ancora intrisa delle violente piogge che l'avevano flagellata, il rapido fuggire dei passeri verso un riparo.
La caccia era aperta.
Un altro volo, radente, calò dal cielo greve di nubi. Ali nere e vigorose sferzarono l'aria umida, sfiorando il muro di pietra del castello.
Dall'alto, la fortezza, un'imponente costruzione dalla pianta quadrata adagiata nella piana come se la terra stessa l'avesse generata, svelava il suo cuore di giardini e di cortili dalle decorazioni musive.
Da dove ora l'uomo si trovava, pareva soltanto un immenso guscio: una muraglia regolare e priva di passaggi. Solo un lineare e solido geode di pietra rossastra e porosa, quella tipica delle fortificazioni delle Terre.
Sui quattro lati, la costruzione si ripeteva identica, senza porte, né finestre, né feritoie.
Intorno a essa le distese di campi giacevano silenziose e in apparenza prive di vita. Un paesaggio desolato e brullo, indolenzito dai rigori della stagione invernale ormai al termine.
Del vicino villaggio si intravedevano le case basse imbiancate a calce. I contadini ancora non erano usciti per il massacrante lavoro quotidiano.
Forse per quel giorno i terreni intorno al castello sarebbero rimasti deserti, a causa del lungo periodo di pioggia che aveva trasformato i campi in distese fangose.
Ancora uno sguardo verso l'alto, attratto dall'insistente gracchiare dei corvi, reso più acuto dall'avvistamento di una preda, poi il contatto della mano con il muro.
La superficie scabra era fredda, fastidiosa al tatto. La punta dell'indice seguì il profilo di uno dei sassi incastonati nella parete.
Quel contatto gli permise di vedere ciò che a nessun altro era visibile.
Aveva studiato per anni, si era preparato con ostinazione per arrivare a quel risultato e ora sapeva di non aver fallito. Nella sua mente, con precisione, si stagliarono nette le immagini di una filigrana luminosa e sottile che avvolgeva il palazzo in un abbraccio protettivo, un incanto che ne rendeva le pareti ben più solide della roccia di cui era costruito e ne proteggeva l'intera struttura, persino dal cielo.
Costeggiando da vicino la parete, continuò a ispezionare la barriera alla ricerca di un punto preciso che, ormai ne era certo, avrebbe pazientemente trovato.
Un punto in cui quella maledetta magia lasciava anche solo un minuscolo varco.
Il corpo dell'uomo vibrava per lo sforzo. Sotto le mani, ormai graffiate e sanguinanti, un lieve bagliore tradiva la natura del contatto. Un incantesimo di lettura.
Si fermò, col respiro affannoso, contraendosi per lo sforzo, sul lato che dava verso il sentiero per il villaggio. Lì, tra due pietre apparentemente uguali a tutte le altre, c'era ciò che stava cercando.
Incurante di quanto lo circondava, persino della possibilità che qualcuno potesse vederlo, si strinse nelle spalle, mentre i palmi delle mani affondavano nel muro, come se d'un tratto fosse diventato malleabile.
La magia cedeva, piegata al suo volere, e quando, dopo un tempo indefinibile, davanti a lui si dissolse anche l'ultima tessitura, gli uscì dalla gola un grido gutturale carico di esultanza.
L'interno del castello si aprì nitido davanti a lui.
Corridoi dall'alto soffitto a volte, illuminati da torce, correvano lungo il perimetro. Percorse con calma un lungo tratto prima di incontrare una diramazione verso il cuore del palazzo.
Non avrebbe incontrato anima viva, lo sapeva. Per questo non aveva fretta, anzi, desiderava gustare ogni attimo di quella vittoria personale, che lo avrebbe condotto alla sua preda senza errore, e senza scampo per quest'ultima.
Ancora un corridoio, poi un androne dalle pareti istoriate, poi un altro corridoio, in fondo al quale poteva vedere di nuovo la luce del giorno. Il primo dei cortili interni.
Si fermò, colpito da un suono inatteso: era una voce, femminile, modulata in un canto.
Lo stupore per quella scoperta lasciò subito il posto all'ira, un'ira cieca e implacabile.
La vide solo quando ella arrivò all'aperto, intenta a cercare tra le piante del suo giardino segreto le prime avvisaglie della primavera. Egli riconobbe il luogo, lo aveva visto dall'alto. Ne ricordava la pavimentazione, un intricato mosaico floreale di pietre bianche e nere, la piccola fontana al centro, l'abbraccio delle aiuole spoglie intorno al chiostro.
La osservò, avvolto in un rabbioso silenzio. Era soltanto una donnetta dai lunghi capelli bianchi, il corpo arrotondato e un poco incurvato dall'età. Gli dava le spalle, ignara della sua presenza perché la magia di protezione infranta non l'aveva avvisata dell'ospite.
Impossibile credere che tanta potenza dimorasse in una creatura così insignificante. Questo pensiero gli fece decidere che non l'avrebbe colpita alla schiena. Voleva vedere negli occhi di lei la paura, voleva godere del suo terrore: il terrore che ella avrebbe provato nel soccombere a un potere superiore.
Percorse ancora una breve distanza, calcando sugli stivali, finché la donna non si accorse di lui. Il canto si interruppe improvvisamente.
Sul viso rugoso si dipinse dapprima un'espressione sorpresa, e poi allarmata.
Le sorrise.
– La tua magia non era perfetta – le disse solo.
– Chi sei? – chiese lei di rimando. Gli scrutava il volto, ma in esso non ravvisava alcun tratto familiare, eppure in passato aveva conosciuto gli altri maghi che oltre a lei popolavano le Terre. Egli lasciò che capisse da sola, gli piaceva vedere attimo dopo attimo il mutare delle espressioni. Sorpresa. Dubbio. Comprensione. E proprio quando comprese, il suo sguardo si fece duro. Prevedibile che si mettesse in guardia. Prevedibile e inutile.
Bastò un primo incanto a infrangere la difesa della maga, che vacillò all'indietro.
– Ho superato limiti che tu neppure conosci – le spiegò con pazienza irritante, prima di sferrare un secondo colpo.
La donna rispose con pari intensità, lottando con ogni conoscenza ed energia per contrastarlo. Fu solo un tentativo patetico di salvarsi: gli bastarono pochi attimi per piegare anche quelle magie, riducendole in nulla. Fiumi di lava impalpabile si riversavano intorno a lui senza sfiorarlo, ondate di energia lambivano la sua difesa senza intaccarla. Ogni incanto che scaturiva dall'uomo, invece, penetrava più a fondo.
La maga era troppo vecchia per resistere a lungo. Un attacco di quella portata avrebbe annientato maghi ben più giovani. La vide piegarsi alle fiamme infernali che egli generava senza sforzo alcuno.
Lampi che avrebbero incenerito qualunque essere vivente colpivano a raffiche la protezione della donna, indebolendola sempre di più, mentre egli, inesorabile, si avvicinava. Lei non ebbe quasi occasione di contrattaccare, e finalmente egli vide ciò per cui si era prodigato tanto. La sconfitta della sua nemica.
Rimase in piedi, davanti alla maga ormai priva di forze, la guardò rantolare, cercando un'impossibile fuga verso il centro del cortile. Ne seguì il lento moto fino alla fontana circolare, a cui ella si poggiò rizzandosi in un ultimo barlume di fierezza.
Era coraggiosa, pensò. In pochi accettano di guardare la morte negli occhi.
L'uomo chinò appena il capo, in un gesto di saluto carico di scherno. Poi, la magia calò su di lei, e fu solo un lungo grido di dolore.
I corvi all'esterno della costruzione, tutti, si levarono in volo.
MAGISTRA
Un ultimo tratto fra gli alberi, percorso a un galoppo impaziente.
La volta di fronde si piegava, mossa dal vento, fremente e viva sopra di lei. Finalmente, lo stretto sentiero incuneato nel bosco si aprì e davanti ai suoi occhi si stagliò, in tutto il suo splendore, la città di Palàistra.
Ester si lasciò alle spalle la selva riconoscendo, piena di emozione, la piana coltivata verso cui era diretta.
Illuminata dagli ultimi raggi del sole morente, la valle l'accolse col suo quieto tripudio di colori. Il verde intenso dei prati, punteggiato da fiori e cespugli, era appena sfiorato dall'oro di rapide pennellate che segnavano la fine imminente dell'estate.
Palàistra, la città degli studi, era addossata ai dolci declivi di Amra, immersa in un paesaggio che si stava tingendo delle prime sfumature autunnali. Era proprio così che se la ricordava.
Dove la piana lasciava posto alle morbide curve delle colline, la città si ergeva orgogliosamente, simile a un'immensa fortezza. Le mura massicce di pietra grigia racchiudevano il centro abitato, donando alla città un aspetto austero, quasi arcigno. Possenti torri si affacciavano sulla vallata, nascondendo in parte l'alveo di tetti. Un'unica costruzione spiccava, slanciata e chiara nell'ammasso di case. Da lontano, il maestoso palazzo di marmo splendeva dorato nel tramonto, dominava svettante il centro della città.
Ester fermò il cavallo, stupita ancora una volta dall'imponenza delle fortificazioni che riparavano quel luogo pacifico. Fu colta da una lieve ondata di panico. Per farsi forza, accarezzò il collo dell'animale e prese un bel respiro.
– Coraggio, Oner – gli disse, – siamo quasi arrivati. La tua fatica è finita, ora comincia la mia.
Palàistra, la città degli studi, era il fulcro della cultura e il centro decisionale di tutte le Terre. Lì si recavano giovani provenienti da tutti i Regni per ricevere la migliore istruzione in ogni settore; lì si formavano pensatori, studiosi, capi di Stato. E ora, attendeva lei.
Riprese la marcia attraverso i campi verso la città, abbagliata dal sole ormai basso all'orizzonte.
Ben presto gli zoccoli del cavallo risuonarono con tonfi sordi sul terreno ed Ester si accorse di aver raggiunto un sentiero, ai cui lati si affacciavano le prime casette di legno e mattoni. Era giunta al villaggio che sorgeva ai piedi di Palàistra, un piccolo borgo abitato dai coloni della zona. Erano povere capanne, per lo più, affiancate da piccoli orti e fienili ricolmi.
Ester sentiva su di sé gli sguardi stupiti che accompagnavano il suo passaggio, quelli delle contadine che alzavano il capo dagli erbaggi, quelli dei bambini che a frotte giocavano sulla via principale. Ne conosceva bene il motivo e, in un certo senso, lo temeva. Non erano molte le donne che si recavano a Palàistra e, per quanto celata dal mantello, non era difficile ravvisare le sue fattezze femminili.
Puntò lo sguardo sulle mura, che si facevano sempre più prossime.
In breve, superato il villaggio, arrivò alla porta della città. Era ricavata da un unico blocco di pietra, che le sembrò quasi un'immensa bocca pronta a ingoiarla.
Al di là della porta non poteva vedere quasi nulla, complice l'oscurità che era calata inesorabile nell'ultimo tratto del viaggio.
Ester, all'interno, intravedeva soltanto i primi fuochi, forse torce o lumi a olio, accesi per illuminare le strade. Un colpo di tacco, e Oner la condusse oltre il varco.
A ogni passo, la donna avvertiva crescere l'emozione. Si guardava intorno, avvinta dalla magia di quei luoghi antichi. Percorse lentamente le strade strette e contorte che seguivano la pendenza della collina. Intorno, in una variopinta successione, le case cingevano la via quasi abbracciandola. Ovunque vi erano le insegne delle locande, rozzi affreschi che sormontavano le porte di legno, davanti alle quali si susseguivano file di panche e banconi gremiti di studenti.
Il rumore degli zoccoli echeggiava sul lastricato, mescolandosi alla musica e alle giovani risa che uscivano dalle finestre illuminate.
L'aroma dei cibi in cottura le ricordò improvvisamente che aveva fame e che non aveva soldi per comprare da mangiare, ma questo era il problema minore. Quello maggiore era l'attenzione che involontariamente stava attirando e l'ostilità che leggeva negli sguardi intorno a lei.
Possibile che non sopportassero la vista di una donna in città? Eppure Ester ricordava che la cura degli studenti e la gestione di locande e alloggi erano delegate a donne; alcune insegnanti erano di sesso femminile. E allora, perché?
All'improvviso le si parò davanti un giovane, che fermò con un gesto secco il cavallo. – Ehi, cavaliere, vuoi passare la notte in carcere? – l'apostrofò. – Scendi da quella bestia immediatamente! Gli occhi grigi, atteggiati a rimprovero, brillavano di incomprensibile soddisfazione. I capelli castani, tenuti cortissimi, gli conferivano un'aria impertinente e mettevano in risalto l'espressione vivace del volto.
Ester era troppo sorpresa per discutere, così si ritrovò a obbedire al giovane.
– Sei nuovo, vero? Bene, delitto dei delitti è usare il cavallo dentro le mura. Legge nuova di quest'anno. Alcuni idioti hanno danneggiato il palazzo dei Magistri e… insomma, il cavallo o sta fuori dalle mura, o nella stalla del fabbro, che però costa un po' cara. Tutto chiaro? – fu la spiegazione dell'allievo, che si dava arie da uomo navigato, ma che chiaro non era stato affatto.
Ester si lasciò condurre dal fabbro senza proferir verbo.
Entrarono nel cortile, dove lasciarono Oner, poi in un angusto ingresso illuminato da alcune lampade. Nella stanzetta c'era solo un bancone e, dietro a esso, due porte. L'aria rimbombava dello stridio del martello su un oggetto metallico.
Ester, con gesti misurati, si tolse il mantello. La lunga chioma corvina le ricadde sulle spalle, incorniciando l'ovale perfetto del viso. Puntò gli occhi scuri, stretti in sottili fessure, su quelli meravigliati del ragazzo.
Il giovane era ammutolito, anche perché, appena si fu ripreso dalla sorpresa di aver davanti una donna, rimase incantato dalla sua bellezza, e poi sconcertato dall'insegna che Ester portava al collo: un medaglione di bronzo di forma allungata. Nel mezzo, contornata da scritte dorate, l'immagine stilizzata di una città. Palàistra.
– Ditemi che è uno scherzo. Non sarete una Magistra davvero!  –  balbettò, appena riuscì a ritrovare la voce.


LA MAGICA TERRA DI SLUPP

Primo capitolo
Gli apprendisti

Momento pubblicità
Questo romanzo è offerto da
Le Croccolose
Unghie di drago al cioccolato.
Provale col latte o da sole, croccanti e scrocchianti.
Sono buone e fanno bene!

Ora cominciamo.
La magica Terra di Slupp era nota per gli ottimi vini e per il clima mite delle sue coste sabbiose. Possedeva un numero sufficiente di alte montagne innevate, di cittadine e suggestivi villaggi che erano piccoli capolavori di arte turistica. Insomma, un posto perfetto dove trascorrere le vacanze.
Meno nota di tutte le attrattive naturali e artistiche era, invece, la scuola di magia che aveva sede nella capitale, Falconia. In essa erano raccolti, da ogni landa sluppiana, tutti i giovani e promettenti Eletti dal Dono® che ivi apprendevano l’arte della plasmatura degli elementi.
La scuola era frequentata, ai tempi della nostra storia, da una dozzina di apprendisti maghi, ciascuno dei quali si era contraddistinto per attitudini e capacità diverse, ed era stato selezionato dai Cercatori Reali che in incognito, girando per la regione, avevano il compito di reperire potenziali Eletti per mantenere viva la tradizione della magia.
Morlok era un addestratore di draghi e aveva la capacità di comunicare con essi; Kya faceva profezie; Edluc poteva cambiare forma e trasformarsi in terra e in vento, Fradan aveva il potere di comandare i rettili, Marlab e Fabien, fratelli di sangue e d’armi, sapevano creare immagini e renderle reali. Poi c’erano Fedy e Clah, che interpretavano le stelle, Fator e Janì che con la penna creavano incanti, Sherit che conosceva l’arte delle pozioni, e infine Elbys, che era Maestro di numeri e della misteriosa lingua bradléy.
Tutti conducevano una vita ritirata tra le mura della scuola, persino tra di loro si incontravano di rado: erano i loro insegnanti ad addestrarli personalmente e, di solito per comunicare, i giovani usavano un contatto mentale imparato nei primi tempi dell’istruzione, una magia chiamata Netrint.
La domanda che ci sorge spontanea è: cosa ci importa di tutti costoro? Ricorderemo mai i loro nomi e le loro arti?
La risposta, mio caro lettore, è no. Per quanto ti abbia facilitato, utilizzando i nomi abbreviati e non il casato per intero, di questi apprendisti poco ci importa, perché la storia che vi sto per raccontare riguarda una spada che, ovviamente, nessuno di loro possiede.
La spada protagonista della storia si chiama Albin Taran Bilah Comah Geran Katalbabes, forgiata dai nani, dagli orchi, dagli elfi, dalle fate e dai giganti della cooperativa Fabbri Riuniti, all’alba dei tempi. I suoi poteri erano immensi quanto immenso era il suo nome, di cui ti ho riportato solo una parte per non confonderti troppo, ed era stata creata senza scopo alcuno, solo per dare lustro alla cooperativa.
Esattamente quali fossero i poteri della spada nessuno lo sapeva: poteva tagliare, questo era sicuro, e qualcuno (sempre all’alba dei tempi), aveva provato a usare l’elsa per rompere il guscio delle noci. Ma il resto era mistero e leggenda.
All’inizio della nostra storia, nella Terra di Slupp comparve un cattivo soggetto che voleva a tutti i costi la spada, sperando di trovare in essa utilità maggiore che quella di schiaccianoci, e per averla decise di essere disposto a fare stragi, incendiare villaggi e trasformare il re in un cappello.
Chi fosse questo cattivo soggetto era un enigma per tutti, anche perché di lui nessuno si occupò finché non ebbe trasformato il re in un berretto: alle stragi e agli incendi la popolazione era abituata, ma a un sovrano di stoffa no, e così, dopo aver compreso che il re non era più in grado di concedere udienza, qualcuno molto saggio e barbuto si rivolse alla scuola di magia per domandar soccorso e soluzioni.
Kya una mattina si svegliò in preda a una terribile ansia e richiamò l’attenzione di tutti gli apprendisti, correndo nella sala da pranzo urlando.
Gli altri stavano facendo colazione con le Croccolose, un piatto tipico della Terra di Slupp: unghie di drago ricoperte di cioccolato, da mangiare col latte e una spruzzatina di caffè.
Kya entrò affannata, rompendo il silenzio sgranocchiante del gruppetto.
«Sta per succedere qualcosa di terribile» ansimò.
Nessuno alzò la testa dalla sua ciotolina.
«Sta per succedere qualcosa di terribile» ripeté lei.
Fradan sbuffò. «Stiamo mangiando. Ce lo puoi dire dopo?» rispose.
Kya accorse al tavolo e scosse Edluc per le spalle. «Almeno tu, ascoltami! È qualcosa di terribile!»
Edluc, però, stava giocando con la sorpresa della scatola di Croccolose che aveva vinto alla morra.
«Senti, perché non ti siedi e fai colazione? Poi mi racconti, OK?»
Kya si afflosciò sulla panca di legno, guardando disgustata l’amico che giocava col pugnale appena conquistato.
«Io davvero non capisco: ogni volta che ho una premonizione non mi credete e non mi ascoltate. Eppure non ne ho mai sbagliata una.»
Edluc alzò gli occhi al cielo. «Kya, fai una premonizione tutte le mattine. Lunedì scorso hai predetto che la lattaia avrebbe cambiato taglio di capelli, martedì che al panettiere si sarebbe bucata una gomma della bici, ieri che le rose del vicino avrebbero preso non so quale parassita… e ogni volta hai cominciato a gridare alla sciagura. Cosa c’è oggi di terribile? E poi, non avevi promesso che quella delle rose sarebbe stata l’ultima?»
Kya gli rivolse un’occhiata risentita. «Non faccio apposta» replicò gelida. «Ma questa la devi sentire: è davvero terribile!»
«E lasciala parlare, no?» s’intromise Fedy con la bocca piena di unghie.
Kya le rivolse un sorriso grato.
«Ho visto una spada sospesa nel cielo, un grande cavallo nero che soffiava fuoco dalle narici e incendiava villaggi e raccolti» declamò soddisfatta.
«Era il film di ieri sera», commentò Morlok, «e non era un cavallo, ma un drago ebano della Galracchia.»
Kya rifletté per un istante. «Allora ho visto un grande esercito, sotto lampi e nubi minacciose. Ma la spada sospesa nel cielo c’era.»
«Vuoi le Croccolose?», le domandò Edluc gentilmente.
«Grazie, ho proprio fame» fece lei prendendo una ciotola.
Fu in quel momento che la porta della stanza si spalancò con una folata di vento gelido, un po’ di fumo vapore e nebbia, e nella luce del mattino una sagoma oscura e misteriosa si stagliò davanti a loro.
Il silenzio cadde nella sala con un tonfo mentre la figura ammantata avanzava verso il gruppo di apprendisti. Si fermò accanto al tavolo senza mostrare il viso, poi la sua voce suonò stentorea echeggiando tra le volte dello stanzone.
«Dov’è la sorpresa delle Croccolose?» disse. Era una voce di donna.
Edluc porse tremante il pugnale alla sconosciuta, che gli afferrò il polso con una stretta d’acciaio.
«Ragazzo, ci hai giocato tu?»
Edluc annuì titubante.
«C’è tutta la lama impiastricciata di cioccolato. Tienitelo tu, è disgustoso.»
«Chi sei?» chiese con coraggio Fedy.
La donna si tolse il cappuccio e comparve loro un volto noto: era stato su tutti i quotidiani di Slupp, non si poteva non conoscerla.
Gli apprendisti si alzarono in piedi con un balzo. «Gys la fata!» gridarono pieni di timore reverenziale.
«Sono io» disse lei, mostrando la polvere di fata che scendeva dai suoi capelli brillando come argento vivo.
La polverina cadde sul pugnale di Edluc che si mise a ridere. Edluc, invece, rimase serio e spaventato a fissare la fata.
«Cosa ti porta alla nostra scuola?» chiese Kya, che sperava si trattasse di qualcosa attinente alla sua profezia.
«Sono qui per affidarvi una missione» disse lei facendo tacere il pugnale, ormai in preda alle convulsioni, con un incanto pietrificante.
«Un’altra?» sbuffò Fator. «È già passato un certo Mastro Tolkien la settimana scorsa. I nostri Maestri non vogliono: siamo legati al vincolo magico dell’apprendistato» concluse con aria da saputello.
La fata si rivolse indispettita al giovane. «Io ho inventato il vincolo magico! Mastro Tolkien ha già i suoi maghi per le imprese da pazzi. Voi siete vincolati alla Terra di Slupp. Sarà per essa che rischierete la vita, patirete la fame, la sete e anche l’astinenza da Croccolose. Perciò, se io dico che partite, voi partite.»
«NOOOO! Le Croccolose me le porto!» disse Edluc.
«Concesso» replicò Gys brillando come un fuoco d’artificio. «Ma niente acqua.»
Gli apprendisti accettarono e si sedettero in attesa di sapere dove li avrebbe mandati.
La fata si tolse il mantello e con gesti sacrali allargò le ali multicolori che portava sulla schiena. Poi se le tolse per potersi sedere comodamente al tavolo.
Guardò uno a uno i giovani apprendisti, senza proferir verbo, e la tensione crebbe a dismisura. A dire il vero le ragazze osservavano le ali posate sul pavimento, in preda al desiderio folle di provarsele. Desiderio che passò del tutto quando le ali frullarono leggermente, come se fossero dotate di vita propria.
«Bene, miei giovani eroi: volete dunque sapere cosa sono venuta a proporvi?» domandò Gys, con aria solenne e piuttosto gongolante. «Orbene, ho bisogno delle vostre arti per una questione segreta e d’importanza vitale. Ognuno di voi ha un dono speciale…»
La porta si spalancò di nuovo, altro fumo, altro vento, e una musichetta a base di violini e flauti si diffuse nell’aria.
Altra sagoma ammantata controluce.
«Non ascoltatela! Io sono qui per proporvi una missione!» disse una voce baritonale, molto simile a quella di Garbolino, il doppiatore dei cartoni animati.
Gli apprendisti risposero con «OOOOOO…»
Anche l’uomo si tolse il cappuccio, mentre Gys sbuffava alzando gli occhi al cielo.
Questa volta il viso che comparve dal mantello e dalla nebbia era quello di un vecchio saggio barbuto-canuto-rugoso e con gli occhietti rigorosamente piccoli e penetranti.
Bastò il suo aspetto ad accreditarlo come latore di un messaggio importante e a metterli tutti a tacere per una manciata di secondi.
«È Silente…» sussurrò Fator a Fradan. «No, credo che sia Gandalf» rispose Morlok. «Sciocchi: è Taliesin» fece Edluc, e tutti lo fissarono senza capire. «Merlino!» tradusse per tutti Elbys, che era esperto del ciclo arturiano quanto l’amico. «AAAAA» risposero gli altri con sollievo.
«Tacete, sfrontati!» tuonò il vegliardo. «Sono Agrul Gilk Asterix del casato Babes! Siamo nella Terra di Slupp, non in un romanzo serio, e voi siete degli sciocchi massificati dai media!»
«Vero» concordò Gys, che nel frattempo si era servita delle Croccolose. «Però sbrighiamoci ad affidare questa benedetta missione o il pubblico si annoierà: eravamo d’accordo che questa volta toccava a me… sei sempre il solito!»
Il vecchio alzò le spalle. «Tu dovevi arrivare dopo, al limitare del bosco. Hai capito male.» Si schiarì la voce. «Siamo brevi. Dovete partire, recuperare la spada Albin Taran Bilah Comah Geran Katalbabes, che da secoli appartiene alla mia famiglia e che ho perduto a poker. Ho saputo che sta per finire nelle mani sbagliate e, se accadesse, sarebbe la fine della Terra di Slupp. Sarete voi a riprenderla, a uccidere il cattivo che la vuole sottrarre alle forze del bene e ad acquisire lustro e gloria imperitura per questa impresa.»
«OK» risposero in coro gli apprendisti.
E questo fu l’inizio della loro avventura.
La mattina dopo la piccola comitiva doveva partire all’alba.
In realtà non avevano una meta precisa: sapevano per esperienza che se l’avessero avuta sarebbe capitato loro uno dei seguenti disguidi:
1) Il cattivo li avrebbe preceduti sul sentiero, con un esercito di ombre;
2) Si sarebbero trovati coinvolti in qualche incantesimo casuale che da secoli li aspettava lì;
3) Uno della compagnia sarebbe morto nel primo tratto di strada per un motivo qualsiasi;
4) Avrebbero trovato la locanda piena, avrebbero dormito alla diaccio e si sarebbero imbattuti in qualche creatura spaventosa.
Per questi motivi, decisero di partire a caso e di decidere dopo dove andare.
Erano dei professionisti, mica una compagnia qualsiasi, e avevano la certezza funesta che il gruppo era troppo numeroso perché tutti avessero speranza di una lunga vita fantasy.
L’alba si presentò cupa e spettrale: saltiamo la descrizione solita e passiamo ai nostri eroi che alla spicciolata si trovarono nel cortile della scuola, coi mantelli, i fardelli e le scorte di Croccolose.
Il Gran Maestro Ieraticus, direttore della scuola, li aspettava nell’atrio insieme alla fata Gys e ad Agrul Asterix.
Tutte le allieve erano un po’ innamorate di Ieraticus, perché, a dispetto del suo nome altisonante, era un venticinquenne palestrato e muscoloso, dalla lunga chioma fluente e dai bicipiti d’acciaio. Indossava sempre una specie di tutina di lycra che non lasciava niente all’immaginazione e che si apriva ammiccante su petto depilato e ben unto d’olio magico alla papaya. Se qualche lettore se lo chiede, sì: aveva anche una splendida tartaruga. E non era il suo famiglio.
Quando i giovani allievi furono tutti pronti per la partenza e le apprendiste ebbero sospirato abbastanza guardando i suoi muscoli, Ieraticus parlò, sollevando platealmente le braccia.
«Miei giovani amici, la Terra di Slupp vi sarà grata in eterno!» disse. «Il vostro coraggio sopperirà alla vostra inesperienza e alla scarsità dei vostri poteri: abbiamo fiducia in voi!»
«Bah. Questa cosa non mi torna. Se voi tre avete dei poteri così grandi, perché accidenti mandate noi, in missione?» borbottò Sherit.
«Taci, fanciulla delle pozioni!» tuonò Ieraticus. «Non ci sarebbe storia, se andassi io con Gys: ce la caveremmo in pochi minuti. Volete o no una parte nella gloriosa storia?»
«Voglio le Croccolose» disse Edluc.
«Le avrai» rispose Ieraticus fissandolo negli occhi spiritato. «Mio giovane allievo… le avraaaai!»
Poi si voltò e riprese. «Bene. Potete andare. Ah, dimenticavo. Ci sarà un’altra persona con voi.»
Un sommesso sussurro si levò tra gli allievi, quando una figura avvolta dal classico mantello sbucò da una porta laterale con un grosso trolley.
«Ecco a voi la vostra guida: Ghidia.»
La figura si smantellò, ossia si tolse il mantello, e mostrò a tutti un sorriso beffardo. Era una donna dall’aria molto soddisfatta.
Kya si adombrò.
«Io so chi è. Sto profetizzando» disse piano. «Io so chi è… sento una vibrazione… tazza enorme… ora uno strano oggetto luminoso… ora gelati e patatine, un vaso pieno di orrida crema alla nocciola e cioccolato… ora vedo…» terminò in un grido.
«Sì. Lei lo sa» disse Ghidia. «Sono l’alter ego dell’autrice.»
«Eh, no!» sbottò Edluc. «Ero io il protagonista! Se viene lei mi frega la scena!»
«Starò buona» promise Ghidia.
«Ma non dovevi essere la cattiva?» domandò Fator. «Ne ero quasi sicuro.»
«Colpo di scena» spiegò paziente la donna. «Ora salutate i vostri maestri e andiamo.»
«CIAO» dissero tutti in coro.
Kya si accostò alla guida. «Che ci tieni in quella valigia?»
«Qualche copia del mio romanzo. Non si sa mai che per strada incontriamo un editore» le confidò Ghidia.
A quelle parole molti degli allievi sussultarono e chiesero qualche minuto per recuperare un oggetto che avevano dimenticato nel dormitorio.
Tornarono tutti con le bisacce rigonfie e pesanti, ma con un bel sorriso sul volto: erano copie dei loro libri.
Appena fuori dalla porta della scuola, subito accadde il primo fatto misterioso.
Parcheggiato di traverso, sul selciato della piazza, un enorme, immenso, mastodontico animale dormiva beatamente, con la testa rivolta verso di loro.
«È un cavalgarione» spiegò Ghidia. «Ci porterà lui per un po’.»
«Morde?» chiese timorosa Clah.
«Solo intorno a mezzogiorno» rispose Ghidia, «ma per quell’ora scendiamo e corriamo via veloci.»

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